Il tema della misurazione e della valutazione d’impatto è molto attuale in una fase storica in cui il Terzo Settore è in continua evoluzione e, soprattutto, si appresta ad affrontare un radicale cambiamento.

Da “supplente di Stato”, a causa dell’arretratezza istituzionale, a protagonista dinamico e “patentato” del welfare italiano avendo ottenuto, con i d.lgs. 112 e 117 del 3 luglio 2017 istitutivi degli Enti del Terzo Settore (ETS) e dell’impresa sociale, il doveroso riconoscimento giuridico.

In questo modo, si mette fine al regime civilistico di tipo “concessorio” a favore di un riconoscimento che nei fatti esiste già.

È un principio che ci deriva da Aristotele per il quale “chi vuol far del bene non deve chiedere il permesso”.

L’altro importante cambiamento riguarda il passaggio per gli ETS dalla funzione “redistributiva” a quella “produttiva”: essere riconosciuti come produttori di valore è straordinario e, in tal caso, discriminare tra imprese profit e non è fuorviante dal momento che la produzione di valore sociale connota entrambe.

Oltretutto, per gli ETS, alla luce della recente Riforma, è diventato più che mai strategico comunicare ai propri stakeholders l’efficacia nella creazione di valore economico e sociale.

Il conseguimento di un impatto sociale positivo rappresenta, infatti, l’obiettivo fondamentale di un’organizzazione o ente del Terzo Settore ed è anzi spesso parte integrante delle relative attività istituzionali.

Realtà come quelle assistenziali come quella di ASSIDIM si stanno adoperando per comunicare il valore sociale ed economico intrinseco alle loro attività istituzionali.

Ed è innanzitutto una sfida comunicativa: senza una comunicazione efficace, il welfare aziendale non è valorizzato.

A distanza di due anni dal riconoscimento giuridico degli ETS e dell’impresa sociale, il governo “gialloverde” ha recentemente dato un’accelerata sulla metodologia di valutazione dell’impatto sociale, pubblicando le linee guide sulla Gazzetta Ufficiale con il decreto del Lavoro del 23 luglio 2019.

C’è un Return on Welfare che può essere quantificato a dimostrazione dell’importanza dell’investimento in salute.

Le aziende, che non sono abituate a misurare l’impatto del welfare in relazione alle proprie performance, dovranno sempre più monitorare nel tempo e valutare gli eventuali benefici conseguenti all’introduzione di misure di welfare, perché misurare i benefici sociali ed economici derivanti da azioni a sostegno della salute innesca un circolo virtuoso tra benessere dei dipendenti e produttività.

Tuttavia, la misurazione dell’impatto sociale pone a mio avviso due ordini di considerazioni tra di loro intrecciate.

Innanzitutto, c’è il rischio che la misurazione diventi una forma di comunicazione promozionale senza essere suffragata da evidenze rigorose: più specificamente, se il risultato del processo porta a risultati tutt’altro che desiderabili per l’azienda, è facile che si ri-definiscano obiettivi e metodologia in funzione di ciò che si vuole soddisfare; ad esempio, evidenziando solo parte dei bilanci sociali o peggio manipolandoli.

In secondo luogo, occorre parimenti considerare il rovescio della medaglia per cui rigore, standardizzazione e sofismi metodologici possono rendere le valutazioni dell’impatto poco d’impatto.

Al di là del gioco di parole – come scrive Marco Grumo in un articolo pubblicato su “Le Buone Notizie” dell’11 giugno 2019 – “più che ricorrere a misure d’impatto particolarmente cervellotiche, occorre identificare misure facilmente divulgabili e in grado di rispondere alle domande fondamentali della gente che si approccia al Terzo Settore”.